Johnson “Il dannato”

Robert Johnson 2Una notte qualunque nella cittadina di Hazlehurst, nel Mississippi, silenziosa come sempre, si percepisce il suono del vento, il rumore di passi che si avvicinano, ecco una figura nella luce lunare. È un uomo ma la sua ombra è strana, sembra quasi che abbia le corna, ma è solo il prolungamento della sagoma del cappello che porta, si avvicina alzando la polvere dalla strada terrosa, il fumo della sigaretta gli esce dalla bocca e si dissolve nell’aria, ha con se una custodia nera, sicuramente contiene una chitarra. Il suo viaggio è durato un anno ma finalmente è tornato e adesso è proprio lì, su quell’incrocio che collega quattro strade da dove è partito. Qui ha inizio la carriera di Robert Johnson, uno dei padri del blues.

Robert suona e suona, la gente lo sente e rimane incredula perché, chi lo conosceva, sa quanto era goffo nel suonare, adesso ha un suono stupendo, le sue mani sono calde, veloci, si muovono in armonia. La sua voce esprime tutta la tristezza e il dolore di chi ha perso una persona amata, lui sa bene cosa significa perché la morte di sua moglie, mentre metteva alla luce suo figlio, era uno dei motivi che lo avevano fatto allontanare dal suo paese.

Nelle sue melodie racconta di demoni, di spettri, racconta di un uomo che ha venduto l’anima al diavolo per poter suonare la chitarra come nessun altro al mondo. Incide 29 tracce in poco meno di due anni, in Texas, ormai ha realizzato il suo sogno, è un bluesman, forse uno dei più bravi, gli ingaggi fioccano e suona in molti locali, le donne non mancano e la vita è diventata più dolce grazie al whisky.

Come ogni Sabato si esibisce al Three Forks, un locale non distante da Greenwood, con i suoi due amici Sonny Boy e David Honeyboy. Nell’aria c’è qualcosa di strano (il barista si è accorto della tresca di sua moglie con Robert) e nella breve pausa tra un brano e un altro gli viene passata una bottiglia di whisky, già aperta, e Sonny Boy gli sussurra nell’orecchio: “cosa fai, non bere, vedi che è già aperta, attento!”, lo strattona e la bottiglia si rompe a terra. Johnson si stizzisce e, nella pausa del brano successivo gli arriva un’altra bottiglia, anche questa stappata. Non ci pensa due volte e inizia a bere, come per dire nulla mi può uccidere.

Bastano pochi minuti e Robert è fuori di se, suda freddo, le sue mani non riescono più a suonare, sono gelide, sente le voci dei demoni di cui parlava nelle sue storie, sono sempre più vicine. Esce in fretta dal locale lasciando la sua amata chitarra, un suo amico lo prende e lo porta nella propria casa per curarlo. Le voci nella testa di Robert sono sempre più nitide e opprimenti, lo chiamano, gli dicono che ormai ha realizzato ciò che vuole ed è ora di pagare, si inginocchia a terra piegato dal dolore, urla e sbraita, pensa alla moglie morta, è la fine. Il 16 agosto 1938, le urla di Robert Johnson non si sentono più, calma e silenzio dominano, adesso. All’età di 27 anni, dopo due giorni d’inferno ha smesso di soffrire, se ne è andato lasciandoci un gran tesoro, le sue ormai famose 29 tracce da cui molti grandi del blues si sono ispirati.

Per me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana.”

Eric Clapton

Daniele Rossi