British Folk 5 a cura di Giorgio Gregori

Davy Graham 3 4 ADE a un certo punto, apparve sulle scene di Londra Davey Graham. E con lui si aprì ancora un nuovo mondo. Era principalmente un bluesman, ma aperto a tutte le esperienze – da tutti i punti di vista. Viaggiando in Marocco e in India, aveva assimilato suoni e scale intriganti. Il risultato fu praticamente l’ “invenzione” dell’accordatura in DADGAD, oggi usata in particolare nella musica irlandese e amata dai fan di Pierre Bensusan, e di particolari arrangiamenti che qui e là inserivano sapori di terre lontane. Davey Graham era una persona molto particolare, scontrosa, non andò certo d’accordo con Bert Jansch. A un certo punto si mise in testa che un vero musicista doveva essere anche un “junkie”, un drogato pesante come certi suoi idoli jazz, Charlie Parker in testa. E questo fu la sua rovina, portandolo all’isolamento e al declino. Ma agli inizia deglia anni ’60, tutti i chitarristi cercavano di riuscire ad assistere ai suoi concerti e a scoprire il segreto per riuscire a suonare bene il suo pezzo forte: “Angie”. Come fare il doppio colpo di basso? Come fare il bending sul re? Col mignolo? Lo incontrai, si fa per dire, nel 1977, quando riuscii a farmi “assumere a gratis” come mixerista in una tournée belga di John Renbourn, Stefan Grossman e appunto Davey Graham. Niente grandi arene, a parte il festival di Hasselt, ma più che altro teatrini, vecchi cinema. Tra un Grossman businessman, un Renbourn altalenante tra boccali di birra e bicchieri di latte, Graham appariva, faceva i suoi 5-6 pezzi, e poi scompariva nel silenzio. Ascoltare i suoi dischi oggi non rende giustizia rispetto alla sua importanza musicale. John Renbourn scrisse:

“3/4 AD” era quello che aspettava una generazione di musicisti che suonavano cose tra lo skiffle e il R&B. E’ impossibile descrivere l’effetto che ebbe questo piccolo disco”

Nella prossima puntata parleremo di un incontro che cambiò la storia del folk inglese: quello tra Davey Graham e Shirley Collins, il titolo già dice tutto: “Folk Roots, New Routes”.

Giorgio Gregori